digiuno: quando il sistema digestivo riposa

Per analizzare cosa succede al nostro corpo quando si sospende l’apporto di cibo vediamo queste considerazioni tratte da http://www.digiuno.it/ del dott. Salvatore Simeone:

Per digiuno si intende un periodo di alcuni giorni nei quali ci si alimenta delle proprie riserve nutritive, bevendo al contempo almeno 3 litri di acqua oligominerale al giorno.
Tali riserve sono impropriamente chiamate “grasso” o “adipe”, ma questo non è esatto: infatti le riserve nutritive di un individuo vanno ben oltre il grasso stesso, comprendendo sali minerali, vitamine, proteine e zuccheri.
Ad esempio, in ognuno di noi esistono riserve di vitamine del gruppo B che coprono il fabbisogno di svariati mesi.
Pertanto risulta chiaro, da quanto è stato appena detto, che chi si sottopone ad un digiuno, in realtà, non è realmente a digiuno, ma sta semplicemente nutrendosi di cibo precedentemente accumulato e che non è stato in grado di smaltire a tempo debito.
In altri termini, durante il digiuno ci si alimenta con sostanze nutritive endogene, cioè interne al nostro organismo, invece di utilizzare cibo esogeno, cioè proveniente dall’esterno.
Inoltre, l’attenta lettura della fisiologia del digiuno dimostrerà che l’organismo umano ha una capacità “innata” di adattarsi a questa condizione, anzi il digiuno costituisce per l’organismo un potentissimo alleato per guarire.

Chi non conosce il digiuno è convinto di una serie di luoghi comuni al riguardo, ad esempio il problema riguardante le proteine e i corpi chetonici.

Leggendo, invece, i documenti sugli “studi scientifici” e sulla “fisiologia del digiuno” vedremo che il digiuno sfugge a qualsiasi regola prevedibile.

Proprio per questo, nel caso vi troviate a parlare con qualcuno che critica il digiuno, chiedetegli quali sono gli studi scientifici a cui fa riferimento e, soprattutto se è un medico o un nutrizionista, chiedetegli quante persone a digiuno abbia seguito nella sua carriera professionale.

Potrete imbattervi, come è già accaduto, in nutrizionisti di gran nome che vi diranno, ad esempio, che il cervello ha bisogno di zuccheri e che l’organismo li può produrre solo utilizzando le proteine, non conoscendo, evidentemente, gli studi scientifici che dimostrano che il cervello è dotato di un complesso enzimatico in grado di trasformare in zuccheri gli scarti del grasso, cioè i corpi chetonici.

Qualcuno, sempre non conoscendo il digiuno, potrà dirvi che il peso che si perde è soprattutto acqua ma, anche in questo caso, l’esame della composizione corporea, effettuato prima e dopo il digiuno, dimostra che non solo l’acqua non si perde, ma che il digiuno produce una imponente “reidratazione cellulare“, la cui spiegazione è complessa ed evitiamo di darla in questa sede, ma che somiglia al processo di “osmosi inversa” che si utilizza per depurare le acque.
Certo le foto delle persone fatte subito dopo un digiuno, non dànno l’idea di persone disidratate e rinseccolite.

Insomma, chi si interessa di digiuno rischia di trovare sulla propria strada tanti sedicenti “esperti” che, però, nella loro vita, non hanno mai visto una sola persona digiunare !!!

La digiunoterapia (perche’ digiunare e’ una vera terapia per il corpo) si offre a noi con piu’ sfaccettature tutte naturalmente correlate tra di loro. La prima e’ quella del digiuno depurativo cioe’ quella che consente al corpo di liberarsi di tutte le tossine accumulate nel tempo ed acquisite per cause diverse. Poiche’ durante il digiuno il corpo si nutre solo di acqua (sull’accoppiamento anche solo delle parole digiuno e acqua ci sarebbe da parlare a lungo) e’ evidente che si perda anche peso ma l’effetto indotto del digiuno per dimagrire puo’ avere risultati brillanti solo sul breve. Il periodo di digiuno e della digiunoterapia ci offre infatti l’opportunita’ di “resettare” le istruzioni che abbiamo dato al nostro organismo fino a quel momento e di ripartire, terminato il digiuno, con altre regole nutritive. 

Un’ultima cosa: abbiamo sempre detto, e lo ripetiamo, che il digiuno non è una dieta, ma che “è anche la miglior dieta”.
Con questo vogliamo dire, per l’ennesima volta, che il digiuno opera non solo un dimagrimento ideale, ma una reale “remise en forme” nei sani e, spessissimo, inaspettate guarigioni nei malati.

Per mantenere, poi, questi risultati spettacolari bisogna attuare uno stile di vita idoneo nei pensieri, nei gesti e nella nutrizione.

Le origini del digiuno si perdono nella notte dei tempi, ma poiché su questo solo argomento si potrebbe parlare per ore, in questo contesto diremo solo che anticamente il digiuno era una pratica a carattere mistico-religioso con la quale l’uomo intendeva purificare il proprio corpo per avvicinarsi così alla divinità.
Il digiuno ha iniziato ad acquisire valenza medico-scientifica nell’800, con il fisiologo francese Chossat, il quale effettuò delle ricerche sui piccioni, dimostrando che, durante un digiuno estremo, vengono utilizzati per la sopravvivenza dell’organismo i tessuti meno importanti e che gli organi vitali vengono conservati indenni o con la minima perdita il più a lungo possibile. 
Questo studio sui piccioni è riportato anche in alcuni libri moderni di scienza dell’alimentazione, con le percentuali della perdita di peso dei vari organi: ebbene, per parlare solo del cuore e del sistema nervoso centrale, la percentuale della diminuzione totale del corpo è rispettivamente dello 0,02 e dello 0,1 %. 
Ricordiamo sempre che stiamo parlando di digiuni di animali portati fino alla morte (pari a 100-150 giorni in un uomo) e non della classica settimana di “remise en forme”. 
In altre parole, anche in digiuni estremi, esiste nell’organismo una intelligenza superiore che salvaguarda gli organi più nobili.

Per di più, tutti questi studi ai quali faremo riferimento, sono stati fatti su persone che non integravano gli aminoacidi essenziali, cosa che invece da noi viene sempre fatta.

In Italia, il primo studio scientifico sull’uomo fu compiuto dal Prof. Luigi Luciani, uno dei più importanti fisiologi mondiali dell’epoca, a quei tempi direttore della cattedra di fisiologia all’università di Firenze, il quale tenne sotto osservazione per 30 giorni un volontario, un certo Giovanni Succi, già noto per essersi sottoposto, in precedenza, ad altri lunghi digiuni.

Il Prof. Luciani pubblicò le sue osservazioni nel libro ”Fisiologia del digiuno”, nel 1889: eccone alcuni passi: 

“Nel febbraio dello scorso anno 1888 mi fu presentato nel laboratorio di fisiologia, che ho l’onore di dirigere nell’ Istituto di Studi Superiori, il noto digiunatore signor Giovanni Succi, il quale mi dichiarò di esser disposto a ripetere in Firenze l’esperimento di 30 giorni continui di digiuno, già da lui compiuto precedentemente a Milano e a Parigi.
L’unica condizione, sine qua non, che egli di propria iniziativa poneva a ripetere il detto esperimento, era la formazione di una Commissione Scientifica che assumesse lo studio dei fenomeni del digiuno, e di un comitato di sorveglianza che fosse una sicura guarentigia della serietà e del rigore dell’esperimento. 
Egli desiderava vivamente che la scienza sanzionasse in maniera autorevole la fenomenale resistenza alla privazione dei cibi ch’egli vantava, e fosse per tal modo vinta l’incredulità e lo scetticismo del pubblico.”
“Da questo esame delle principali funzioni del Succi, come già avevo premesso, risulta che egli poté sostenere giorni di privazione assoluta dei cibi, senza mai varcare i limiti fisiologici in tutte le sue attività, senza passare da stato di salute in quello di malattia. 
Questo fenomeno, che tutti hanno potuto apprezzare e verificare a Firenze, sembrando generalmente strano e sorprendente, valse a dare la stura alle più insussistenti e assurde supposizioni” (Pag. 51-52).
“All’occhio del fisiologo, tutto ciò deve sembrare poco serio, anzi parecchio assurdo. 
E’ facile dimostrare che pretesa impossibilità di una lunga inanizione fisiologica è effetto di un semplice pregiudizio. 
Siccome non abbiamo mai sperimentato in noi stessi un lungo digiuno, siccome sentiamo morderci il ventricolo se ritardiamo di un’ora il solito pasto, ci sembra impossibile che non si debba morire d’inedia, o almeno sentirsi gravemente malato, per giorni continui di astinenza dai cibi.
Ma basta dare un’occhiata alla letteratura antica e moderna, per convincersi del contrario”
 (Pag. 52). 

Va dato merito al prof. Luciani di essere stato il primo a studiare “scientificamente” la fisiologia del digiuno, descrivendo ciò che accade a livello dell’apparato digerente, del polso e della pressione arteriosa, dei reni, della respirazione, della temperatura corporea fino alla riduzione del peso. 



In conclusione il prof. Luciani afferma che, durante il digiuno, l’organismo di un soggetto in buona salute conserva il proprio equilibrio fisiologico e la propria integrità psicofisica


Il Prof. Luciani, nel suo libro, afferma che in un digiuno le funzioni vitali si mantengono normali, dall’attività cardiaca a quella respiratoria, da quella renale a quella muscolare, da quella nervosa a tutte le altre. 
Ricordiamo che questo accadeva nel lontano 1889 e che il sig. Giovanni Succi si era precedentemente sottoposto volontariamente ad altri 2 lunghi digiuni di 30 giorni ciascuno (Succi morirà poi di serena vecchiaia).
Successivamente, nel 1915, un altro dei più grandi fisiologi del ‘900, Francis Gano Benedict, dell’istituto Carnegie di Roxbury, sottopose vari soggetti a lunghi digiuni, ad esempio un certo A. Levanzin per 31 giorni, giungendo alle stesse conclusioni del Prof. Luciani, descritte poi nel libro “Studio sul digiuno prolungato”. 

Altri studiosi “storici” del digiuno sono stati Voit nel 1895, Lusk nel 1915 insieme a Benedict, Schenk nel 1938, Buchinger nel 1935, Kaller e Reller nel 1944. 
Uno dei più importanti libri di scienza dell’alimentazione degli ultimi decenni, del Prof. Travia (libro di testo del dr. Simeone ai tempi dell’università) termina il capitolo sul digiuno dicendo che “le accurate indagini di Luciani, Benedict, Lusk e Voit sul digiuno, sono state ampiamente confermate in tempi recenti (1950) da Keyes e rappresentano una tappa fondamentale delle nostre conoscenze sul ricambio energetico e sulla utilizzazione degli alimenti”. 



Negli ultimi anni
, un libro di testo importante, utilizzato in tutto il mondo, che ha dedicato un capitolo al digiuno, suffragandone la validità, è “Biochimica” di Mathews e van Holde, del 2004.

A questo punto, cercando di usare un linguaggio semplice, facciamo una sintesi della fisiologia del digiuno: in un digiuno l’organismo utilizza le riserve che sono state accumulate e ci riferiamo non solo al grasso, ma allo zucchero, alle proteine, alle vitamine, ai sali minerali. 
Abbiamo visto, però, che durante un digiuno l’organismo mette in moto una “intelligenza superiore”, andando ad utilizzare soprattutto i tessuti meno nobili, a partire dal grasso. 
Una delle obiezioni che si fanno al digiuno è che il cervello, al contrario degli altri tessuti, riesce ad utilizzare solo glucosio (cioè lo zucchero); poichè le riserve di glucosio bastano per un solo giorno o poco più, il corpo è costretto ad utilizzare le proteine per produrre lo zucchero necessario al cervello. 
Un’altra obiezione è che, durante un digiuno, aumentano i corpi chetonici (volgarmente chiamati “acetone”), e anche questo costituirebbe un dato negativo. 



I sedicenti “esperti” di digiuno (ovviamente sempre persone non hanno mai visto una sola persona digiunare) vi diranno più o meno questo a suffraggio della loro tesi anti-digiuno. 


In realtà, è proprio dicendovi queste cose che dimostreranno la loro ignoranza in questa materia. 


Intatti, durante il digiuno accade un fatto fisiologico incredibile, a dimostrazione di quanto già diceva Luciani oltre un secolo fa, cioè che “il digiuno è guidato da centri regolatori”; Luciani non aveva, però, i mezzi scientifici per dimostrare come mai il digiunatore Succi potesse stare così bene dopo 30 giorni di digiuno. 



Oggi, invece, è stato dimostrato il meccanismo fisiologico che permette di digiunare senza alcun danno, ma traendone grandi vantaggi: accennavamo, in apertura, ai vari studi che hanno dimostrato che il cervello è dotato di enzimi in grado di metabolizzare i corpi chetonici
In particolare, è stato dimostrato che il cervello, durante un digiuno, è in grado di utilizzare proprio i corpi chetonici per produrre gli zuccheri necessari.
Dunque, accade che appena i corpi chetonici raggiungono un valore di soglia nel sangue, l’organismo e, in particolare, le cellule del sistema nervoso, li utilizzano per produrre energia, senza dover più “scomodare” le proteine: si tratta di un adattamento fisiologico perfetto, che consente anche di risparmiare le proteine.



Ma cos’altro avviene, nel frattempo, ai grassi di riserva? 
Ovviamente accade che il consumo dei grassi di riserva si mantiene costante, ma questo dato si conosceva da molti decenni, grazie a tutti gli studi del ‘900 ai quali abbiamo fatto riferimento.

Per saperne di più, vediamo i più recenti studi scientifici, che dimostrano in modo definitivo i benefici del digiuno:

Gli studi scientifici pubblicati in questo articolo sono tratti soprattutto da PUB MED, la banca dati della medicina mondiale.

Abbiamo scelto solo alcuni degli studi scientifici più recenti, la maggior parte dei quali effettuati dal 2000 in poi.

Tali studi hanno innanzitutto sfatato i vecchi luoghi comuni sul digiuno, a partire dal problema delle proteine, ma soprattutto hanno evidenziato come questa terapia sia in grado di incidere positivamente in alcune patologie quali quelle cardiovascolari, dismetaboliche e neurodegenerative.

In questo documento abbiamo pubblicato solo gli abstract di questi studi; chi volesse, può cliccare sui link per visualizzarli interamente in PUBMED.

E questo “solo” dalla parte della medicina tradizionale. Se consideriamo anche l’apporto igienista con l’esperienza di Shelton ed Ehret per arrivare a Filonov ai giorni nostri, i pro a favore del digiuno sono infiniti, ed i contro irrisori.

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Gli studi di riferimento citati dal dott. Simeone:

1) Starvation in man

Cahill GF Jr. Clin Endocrinol Metab. 1976 Jul; 5(2): 397-415  Clin Endocrinol Metab. 1976 Jul; 5(2): 397-415 Clin Endocrinol Metab. 1976 Jul; 5(2): 397-415

Il digiuno determina una progressiva selezione di grassi come carburanti corporei; abbastanza rapidamente termina l’utilizzo di aminoacidi provenienti dalle proteine muscolari (precursori della gluconeogenesi) e sono utilizzati invece acidi grassi da cui derivano i corpi chetonici o chetoacidi.Dopo la prima settimana il livello di corpi chetonici nel sangue diviene elevato e il cervello utilizza preferenzialmente questi come carburante, al posto del glucosio.  Durante il digiuno si evidenzia un bilancio negativo dell’azoto, che può essere annullato da una supplementazioneaminoacidica o proteica.

Per visualizzare questo studio scientifico su PUB MED clicca qui.

2) Metabolic adaptations to starvation, semistarvation, and carbohydrate restriction.

Aoki TT.Prog Clin Biol Res. 1981; 67: 161-77

L’adattamento metabolico dell’uomo al digiuno, semidigiuno e restrizione dei carboidrati è un meccanismo complesso e coinvolge ormoni, substrati e tessuti.

In particolare, comunque, la produzione di chetoacidi, acido beta-idrossibutirrico e acido acetoacetico, per sostituire il glucosio come principali carburanti per il cervello dell’uomo a digiuno, rappresenta la chiave di svolta per il risparmio proteico.

La chetogenesi, infatti, determina la produzione di carburante per il metabolismo cerebrale, equivalente al glucosio, di derivazione dai grassi, indipendente dall’insulina.

Questo meccanismo adattativo comporta una piccola perdita di chetoacidi con le urine (100-150 mM/die); la chetonuria determina un aumentato utilizzo renale dell’aminoacido di derivazione muscolare glutammina.

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3) Ketone bodies, potential therapeutic uses.es.

Veech RL, Chance B, Kashiwaya Y, Lardy HA, Cahill GF Jr. Unit on Metabolic Control, LMMB/NIAAA, Rockville, Maryland, USA IUBMB Life. 2001 Apr; 51(4):241-7 

La chetosi, caratterizzata dall’aumento nel sangue di D-beta-idrossibutirrato e acetoacetato (chetoni o corpi chetonici), è il principale meccanismo chiamato in causa per la sopravvivenza dell’uomo a digiuno, in quanto i chetoni rappresentano substrati energetici cerebrali alternativi al glucosio e proteggono i muscoli dalla degradazione necessaria per la sintesi di glucosio.

Sorprendentemente il D-beta-idrossibutirrato rappresenta anche una più efficiente risorsa di energia per il cervello, per unità di ossigeno; inoltre ha mostrato la capacità di ridurre il tasso di morte neuronale in colture di cellule in degenerazione (modelli biologici di Alzheimer o malattia di Parkinson). 

Questo supporta l’ipotesi che esistano patologie neurologiche, genetiche o acquisite che possano beneficiare della chetosi

Altri benefici effetti della chetosi includono una maggiore capacità di idrolizzare ATP e questo potrebbe essere utile nell’epilessia e negli insulti ischemici.

L’abilità del D-beta-idrossibutirrato di ossidare il coenzima Q e ridurre il NADP+ può anche essere utile nel danno da radicali liberi.

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4) Ketoacids? Good medicine?

Cahill GF Jr, Veech RL. Unit on Metabolic Control, LMMB/NIAAA, Rockville, Maryland, USA Trans Am Clin Climatol Assoc. 2003; 114: 149-61 

Il D-beta-idrossibutirrato, il principale corpo chetonico prodotto da un organismo a digiuno, sostituisce il glucosio come carburante principale per il cervello, riducendo la sintesi di glucosio dal fegato e dal rene e permettendo, in tal modo il risparmio dei precursori, gli aminoacidi di origine muscolare. 

In questo modo un uomo di 70 chili sopravvive al digiuno per due-tre mesi, invece di alcune settimane, mentre un uomo obeso può sopravvivere molti mesi. 

Senza questo meccanismo metabolico adattativo l’Homo Sapiens non avrebbe potuto sviluppare una massa cerebrale così abbondante.

Studi recenti hanno dimostrato che il D-beta-idrossibutirrato non è un semplice carburante, ma un supercarburante, dotato di maggiore efficienza nel produrre ATP rispetto al glucosio e agli acidi grassi. 

Inoltre si è dimostrato in studi recenti su colture cellulari, la capacità di questo chetone di proteggere le cellule dall’esposizione a tossine associate allo sviluppo di malattie neurodegenerative come il Parkinson e l’Alzheimer.

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5) D-beta-hydroxybutyrate rescues mitochondrial respiration and mitigates features of Parkinson disease.

Tieu K, Perier C, Caspersen C, Teismann P, Wu DC, Yan SD, Naini A, Vila M, Jackson-Lewis V, Ramasamy R, Przedborski S.Department of Neurology, Columbia University, New York, New York, USA.J Clin Invest. 2003 Sep; 112(6): 892-901.

La malattia di Parkinson è una malattia neurodegenerativa caratterizzata dalla perdita di neuroni dopaminergici nigrostriatali. 

L’MPTP è una neurotossina che causa un danno simile a quello che si verifica nella malattia. 

In questo studio si è dimostrato che l’infusione di beta-idrossibutirrato nei topi conferisce una parziale protezione rispetto al danno dopaminergico prodotto dalla tossina.

Questo corpo chetonico, utilizzato anche per la terapia dell’epilessia e capace di attraversare la barriera ematoencefalica, potrebbe rappresentare una nuova terapia neuroprotettiva per la malattia di Parkinson.

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6) Effects of beta-hydroxybutyrate on cognition in memory-impaired adults.

Reger MA, Henderson ST, Hale C, Cholerton B, Baker LD, Watson GS, Hyde K, Chapman D, Craft S. – Neurobiol Aging. 2004 Mar;25(3):311-4.

Il glucosio è il principale substrato energetico cerebrale; nella malattia di Alzheimer si sviluppa una minore capacità di utilizzare questo metabolita per i processi energetici.

Evidenze neurobiologiche suggeriscono la possibilità che i corpi chetonici rappresentino un substrato energetico alternativo al glucosio.

L’aumento dei chetoacidi circolanti (digiuno o incremento dell’assunzione di grassi) sembra migliorare le funzioni cognitive di adulti con deficit di memoria.

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7) AdnKronos: Digiuno una volta al mese ‘scudo’ per il cuore

Digiunare una volta al mese come i mormoni potrebbe proteggere il cuore, riducendo anche del 45% il rischio di problemi alle coronarie

A riabilitare l’astinenza periodica dal cibo come un possibile ‘scudo’ per le arterie è uno studio Usa, presentato a Orlando al meeting 2007 dell’American Heart Association

La ricerca – condotta dall’equipe di Benjamin D. Horne dell’Intermountain Medical Center e dell’University of Utah di Salt Lake City – ha analizzato la salute cardiovascolare dei fedeli della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi dell’Ultimo Giorno (appunto i mormoni), che già dagli anni ’70 sono noti per avere il cuore più ‘invulnerabile’ di tutti gli States. 

Una delle ragioni è che la loro religione vieta il fumo, ma gli scienziati hanno deciso di capire se oltre a ciò ci fosse dell’altro. 

Horne e colleghi sono partiti esaminando i dati registrati dall’Intermountain Heart Collaborative Study, relativi a 4.629 uomini e donne di età media 64 anni sottoposti ad angiografia coronarica fra il 1994 e il 2002. 

Come atteso, fra i mormoni l’incidenza di malattia coronarica era più bassa (61% contro 66%), e la differenza restava valida anche quando il confronto veniva fatto soltanto con i non mormoni senza il ‘vizio’ della sigaretta

Nella seconda parte della ricerca, gli studiosi hanno indagato sulle abitudini di 515 pazienti, età media 64, sottoposti ad angiografia coronarica tra il 2004 e il 2006. 

In particolare, hanno chiesto loro se praticavano forme di rinuncia simili a quelle seguite dai mormoni: per esempio il digiuno o il ‘bando’ a tabacco, alcolici, tè e caffè. 

Ebbene, chi digiunava aveva un rischio di malattia coronarica del 59% contro il 67% degli altri. 

Il digiuno è risultato il maggior predittore di ridotto rischio cardiaco nel gruppo esaminato – dice Horne – anche in quell’8% che rinunciava ogni tanto al cibo pur senza essere mormone”.

L’abstract dello studio termina affermando che “In conclusione, non solo la prescrizione del tabacco, ma anche piccoli digiuni periodici sono associati a minor rischio di malattie delle arterie coronarie“.

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8) Chronic intermittent fasting improves the survival following large myocardial ischemia by activation of BDNF/VEGF/PI3K signaling pathway.

Katare RG, Kakinuma Y, Arikawa M, Yamasaki F, Sato T.

Source

Department of Cardiovascular Control, Kochi Medical School, Nankoku, Kochi, Japan. katarerajesh@yahoo.com

Abstract

Il digiuno periodico migliora la sopravvivenza a seguito di un’ampia ischemia cerebrale attraverso l’attivazione di linee di segnalazione del BDNF/VEGF/PI3K

Conclusioni: il digiuno periodico migliora notevolmente la sopravvivenza a lungo termine dopo arresto cardiaco grazie all’attivazione dei suoi effetti pro-angiogenici, anti-apoptonici e anti-ristrutturanti

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9) Signalling through RHEB-1 mediates intermittent fasting-induced longevity in C. elegans.

Honjoh S, Yamamoto T, Uno M, Nishida E.

Source

Department of Cell and Developmental Biology, Graduate School of Biostudies, Kyoto University, Sakyo-ku, Kyoto, 606-8502, Japan.

Abstract

La segnalazione attraverso il RHEB-1 fà da mediatore con la longevità indotta dal digiuno periodico nei vermi C Elegans

Conclusioni: lo studio suggerisce un legame molecolare tra la longevità indotta tramite digiuno periodico e le linee di segnalazione basate sull’insulina/IGF.

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10) Interleukin-6, C-reactive protein and biochemical parameters during prolonged intermittent fasting.

Aksungar FB, Topkaya AE, Akyildiz M.

Source

Department of Biochemistry, Maltepe University, School of Medicine, Istanbul, Turkey. fehimebenli@gmail.com

Abstract

Interleukina-6, proteina C-reattiva e parametri biochimici durante il digiuno periodico prolungato.

Conclusioni: I risultati dimostrano che il digiuno periodico prolungato in un modello come quello del Ramadan ha degli effetti positivi sullo stato infiammatorio del corpo e sui fattori di rischio per le malattie cardiovascolari come l’omocisteina, il CRP e il TC/HDL.

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11) Type 1 diabetes and prolonged fasting.

Reiter J, Wexler ID, Shehadeh N, Tzur A, Zangen D.

Source

Division of Paediatric Endocrinology, Department of Paediatrics, Mt Scopus Canpus, Hadassah Hebrew University Medical Centre, Jerusalem, Israel.

Abstract

Il diabete di tipo 1 e il digiuno prolungato

Conclusioni: Persone affette dal diabete  di tipo 1 possono digiunare a lungo senza problemi a patto che riducano la loro dose abituale di insulina in maniera significativa e che rispettino le linee guida riguardanti il monitoraggio del glucosio nonché le istruzioni per portare a termine il digiuno.

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12) Cardioprotection by intermittent fasting in rats.

Ahmet I, Wan R, Mattson MP, Lakatta EG, Talan M.

Source

Laboratory of Cardiovascular Sciences, National Institute on Aging, Intramural Research Program, National Institutes of Health, Baltimore, MD, USA.

Abstract

Cardioprotezione nei ratti  attraverso il digiuno periodico

Conclusioni: il digiuno protegge il cuore dai danni ischemici e attenua il rimodellamento cardiaco post-infarto, probabilmente attraverso meccanismi antiapoptotici ed antinfiammatori.

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13) Effects of intermittent fasting on serum lipid levels, coagulation status and plasma homocysteine levels.

Aksungar FB, Eren A, Ure S, Teskin O, Ates G.

Source

Department of Biochemistry, School of Medicine, Maltepe University, Istanbul, Turkey. fehimebenli@hotmail.com

Abstract

Gli effetti del digiuno periodico sui livelli di siero lipidico, sulla coagulazione e sui livelli dell’omocisteina del plasma.

Conclusioni: Gli studi condotti dimostrano effetti positivi del digiuno sui livelli di siero lipidico, sulla coagulazione e sui livelli dell’omocisteina del plasma. Tali cambiamenti forse sono correlati all’omissione di almeno un pasto quando il corpo è particolarmente attivo dal punto di vista metabolico e probabilmente è in possesso di un basso livello di viscosità del sangue allo stesso tempo. Se ne conclude che il digiuno potrebbe avere effetti benefici sui marcatori di rischio emostatico per le malattie cardiovascolari.

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14) Cardioprotective effect of intermittent fasting is associated with an elevation of adiponectin levels in rats.

Wan R, Ahmet I, Brown M, Cheng A, Kamimura N, Talan M, Mattson MP.

J Nutr Biochem. 2010 May;21(5):413-7. Epub 2009 May 7.

Source

Laboratory of Neurosciences, National Institute on Aging, Intramural Research Program, National Institutes of Health, Baltimore, MD, USA.

Abstract

Effetti cardioprotettivi del digiuno periodico associati con un aumento dei livelli di adiponectina nei ratti.

Conclusioni: il digiuno periodico migliora il controllo glicemico e protegge il miocardio dai danni cellulari indotti dall’ischemia e dalle infiammazioni nei ratti. 

Lo studio dimostra che l’adiponectina ha un ruolo potenziale come mediatore dell’effetto cardioprotettivo del digiuno periodico.

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15) Fasting Cycles Retard Growth of Tumors and Sensitize a Range of Cancer Cell Types to Chemotherapy

Changhan Lee, Lizzia Raffaghello, Sebastian Brandhorst, Fernando M. Safdie, Giovanna Bianchi, Alejandro Martin-Montalvo, Vito Pistoia, Min Wei, Saewon Hwang, Annalisa Merlino, Laura Emionite, Rafael de Cabo, Valter D. Longo

Un digiuno di breve durata protegge le cellule normali, i topi e, potenzialmente, gli esseri umani dagli effetti collaterali dannosi di una serie di farmaci utilizzati nella chemioterapia. Lo studio dimostra che una cura in condizioni di digiuno ha sensibilizzato le cellule di lievito (S. cerevisiae) che esprimono il simil-oncogene RAS2 allo stress ossidativo e 15 linee cellulari mammifere cancerogene su 17 agli agenti chemioterapeutici. I cicli di digiuno I cicli di digiuno sono stati efficaci quanto gli agenti chemioterapici nel ritardare la progressione di tumori specifici ed hanno aumentato l’efficacia di questi contro le cellule del melanoma, del glioma e del cancro al seno. Nei ratti affetti da neuroblastoma, i cicli di digiuno combinati con i farmaci chemioterapici, ma non l’impiego esclusivo di questi ultimi, hanno prolungato di molto la sopravvivenza al cancro. Nelle cellule tumorali del seno 4T1, un breve periodo di digiuno ha aumentato la fosforilazione delle chinasi sensibilizzanti allo stress AKT ed S6, ha aumentato lo stresso ossidativo, ha causato il clivaggio del caspase-3, danni nel DNA e apoptosi. Questa ricerca suggerisce che cicli multipli di digiuno stimolano una sensibilizzazione allo stress differenziata in caso di vari tipi di tumore e, probabilmente, potrebbero proporsi come sostituti o integratori dell’efficacia di alcuni farmaci chemioterapici tossici.

Per visualizzare questo studio scientifico su ScienceMag clicca qui

Per leggere degli articoli in italiano sullo studio coordinato dal Prof. Valter Longo, Direttore dell’Istituto di Longevità alla University of Southern California di Los Angeles, e realizzato in collaborazione con il Laboratorio di Oncologia dell’Istituto Giannina Gaslini di Genova, diretto dal Prof. Vito Pistoia, clicca qui.

16) Adult-onset calorie restriction and fasting delay spontaneous tumorigenesis in p53- deficient mice

Berrigan D., Perkins SN, Haines DC, Hursting SD

I topi eterozigoti p53-deficienti, che costituiscono un modello per la sindrome di Li-Fraumeni riscontrabile nell’uomo, possiedono un allele funzionale del gene soppressore del tumore p53. Questi topi tendono a sviluppare neoplasmi spontanei, generalmente il sarcoma e il linfoma, impiegando in media un tempo di 18 mesi prima di morire. In precedenza è stato dimostrato che una riduzione calorica nei topi giovani ritarda lo sviluppo dei tumori. Questo studio sottopone tre gruppi di topi adulti a vari regimi di riduzione calorica. Le ricerche condotte hanno evidenziato che un regime di restrizione calorica o un giorno di digiuno settimanale riescono a sopprimere la carcinogenesi anche nel caso di topi adulti che intraprendano questo tipo di percorso in ritardo e pur essendo destinati a sviluppare tumori a causa di un ridotto supporto del gene p53. Tutto questo stimola e incentiva gli sforzi tesi a individuare interventi atti a influenzare il bilancio energetico negli uomini come strumento preventivo per il cancro.

Per visualizzare questo studio scientifico su PubliMed clicca qui