Negli ultimi decenni abbiamo riempito le case di materiali a base plastica: ecopelle, PVC, poliestere, laminati, rivestimenti sintetici e compositi di ogni genere. Spesso vengono scelti perché costano meno, richiedono poca manutenzione iniziale e imitano bene materiali più costosi. Il problema arriva con il tempo.

Una seduta rivestita in ecopelle può essere ancora perfettamente solida quando la superficie comincia a screpolarsi e sfogliarsi, trasformando un mobile utilizzabile in qualcosa che sembra improvvisamente da buttare. Una persiana in PVC cotta dal sole, scolorita o deformata non può essere carteggiata e riportata al materiale originario come una persiana di legno. Quando una superficie plastica perde le proprie caratteristiche, molto spesso l'unico intervento possibile è la sostituzione.

E ciò che sostituiamo rimane da qualche parte.

La plastica non scompare quando la buttiamo

Questo è l'aspetto che considero più difficile da ignorare.

Un materiale sintetico può uscire dalla nostra casa in pochi anni e rimanere nell'ambiente per tempi enormemente più lunghi. Alcune plastiche possono essere riciclate quando composizione, raccolta e filiera lo consentono; molte altre finiscono incenerite, in discarica oppure progressivamente frammentate in particelle sempre più piccole.

La locuzione “buttare via”, in fondo, è piuttosto ingannevole: non esiste un luogo chiamato "via".

Eliminiamo quel prodotto dalla nostra vista, dall'ingombrare il nostro armadio o la nostra casa, ma non lo eliminiamo dal mondo. Da qualche parte va a finire...

Se durante la vita di una casa sostituiamo tre o quattro volte lo stesso elemento sintetico perché si degrada male, ogni sostituzione richiede nuove materie prime, nuova produzione, trasporto e genera un altro oggetto destinato a diventare rifiuto.

Per me questo pesa molto più della comodità di avere un materiale economico e perfetto nei primi anni.

Il naturale porta i segni del tempo in un altro modo

Il legno si segna, cambia colore, può graffiarsi e richiede manutenzione. Una pelle naturale acquista pieghe e patina. Il lino si ammorbidisce, il marmo può opacizzarsi, una superficie trattata a cera può perdere brillantezza.

Sono trasformazioni che fanno parte della vita del materiale e che, molto spesso, possono essere curate.

Il legno si carteggia, si ripara, si incolla, si tinge e si rivernicia.
Una buona pelle può essere pulita, nutrita e restaurata.
Una superficie minerale può essere levigata o nuovamente trattata.
Un tessuto naturale può essere lavato, tinto, rammendato, a fine carriera si ripropone come straccio e, arrivato davvero alla fine della propria vita, appartiene a una famiglia di materiali molto diversa da quella delle fibre plastiche persistenti.

Questo è ciò che intendo quando parlo di materiali che sanno invecchiare: il tempo lascia un segno senza trasformare necessariamente l'invecchiamento in una condanna a morte dell'oggetto.

Preferisco sapere con che cosa sto convivendo

Una casa è fatta di superfici che tocchiamo, respiriamo, puliamo e consumiamo ogni giorno.
Per questo, quando posso scegliere, continuo a preferire legno, pietra, calce, ceramica, metallo, vetro, pelle e fibre naturali.

Hanno difetti, richiedono qualche volta maggiore cura e spesso costano di più al momento dell'acquisto. In cambio mi danno materiali che conosco, che posso osservare mentre cambiano, sui quali posso intervenire e che appartengono a una storia d'uso molto più lunga della moderna industria dei polimeri.

Per me l'eco-design è scegliere qualcosa pensando fin dall'inizio a come vivrà, come potrà essere riparato e che cosa resterà quando avrà finalmente terminato la propria vita utile.

Preferisco un materiale che invecchia a uno che, dopo pochi anni, comincia semplicemente a diventare rifiuto.