Quando si conosce una casa da molto tempo, si finisce inevitabilmente per considerare naturale il modo in cui è organizzata: quel corridoio è sempre stato lì, il tavolo ha sempre occupato quell'angolo, una certa stanza ha sempre avuto la stessa funzione e, con gli anni, molte di queste scelte smettono perfino di apparirci come scelte e diventano semplicemente "parte della casa".

Per questo può essere difficile immaginare che gli stessi metri quadrati possano essere organizzati, utilizzati e percepiti in un modo completamente diverso.

Una casa è fatta anche di ricordi

Gli ambienti nei quali viviamo acquistano significati che vanno molto oltre la loro forma e la loro funzione.

Una stanza può continuare a essere, nella nostra mente, “la camera dei bambini” anche quando quei bambini sono ormai adulti e vivono altrove.

Il tavolo può sembrarci inseparabile da un certo punto della casa perché lì si sono svolti per vent'anni pranzi, conversazioni, feste e giornate normalissime.

"Quel" mobile può avere un valore affettivo completamente indipendente dal suo valore economico o dalla sua effettiva utilità.

Anche una disposizione poco pratica può diventare così familiare da risultare difficile da mettere in discussione.

Tutto questo fa parte del valore di una casa vissuta: gli spazi diventano depositari della nostra esperienza e acquistano una dimensione personale che nessun rilievo o planimetria potrebbe raccontare.

Quando arriva il momento di trasformarli, però, guardiamo contemporaneamente due cose diverse: lo spazio che abbiamo davanti e tutto ciò che in quello spazio abbiamo vissuto. Separare le due immagini può essere molto difficile.

La forza dell’abitudine

Accanto ai ricordi lavora qualcosa di ancora più quotidiano: la nostra straordinaria capacità di adattamento.

Se per raggiungere la cucina percorriamo per quindici anni un giro poco logico, prima o poi smettiamo di accorgercene. Se un angolo rimane inutilizzato, finisce quasi per scomparire dalla nostra attenzione. Se una porta rende difficile sistemare bene un mobile, impariamo a convivere con quel limite e cominciamo a considerarlo una caratteristica inevitabile dello spazio.

Lo stesso accade con le funzioni.
Una stanza utilizzata per decenni come camera da letto tende a rimanere “una camera da letto” anche quando le esigenze della famiglia sono cambiate completamente.

L’abitudine ci permette di vivere con grande efficienza negli ambienti che conosciamo; proprio per questo, quando decidiamo di riorganizzarli, può essere utile qualcuno che riesca ancora a vedere ciò che noi abbiamo smesso di notare.

Una delle domande più semplici che si possono fare davanti a uno spazio è anche una delle più fertili:

  • deve davvero rimanere così?

Lo sguardo di chi entra per la prima volta

Quando entro per la prima volta in una casa, parto da una condizione molto diversa da quella di chi la abita.
Io non so ancora che quel mobile è sempre stato lì, che quella era la stanza della nonna o che la domenica si è sempre mangiato in quel punto.
Vedo innanzitutto una sequenza di spazi, porte, finestre, proporzioni, fonti di luce e percorsi.

Posso osservare dove si entra e dove si passa, quali ambienti comunicano bene tra loro, quali rimangono isolati, dove si concentra la luce, dove esistono metri quadrati poco sfruttati e quali ostacoli condizionano davvero l’uso della casa.

Da questa distanza nascono anche domande che al proprietario possono sembrare insolite. Perché il tavolo è proprio qui? Questa porta serve ancora? Quella stanza deve mantenere la stessa funzione? Cosa cambierebbe se questo passaggio venisse utilizzato in modo diverso?

Una possibilità nuova comincia da quella domanda che nessuno aveva più motivo di farsi.

Naturalmente, dopo arriva la storia della casa.
Capire quali oggetti abbiano un significato particolare, quali ambienti siano legati a ricordi importanti e quali abitudini la famiglia desideri conservare è parte del progetto.

Lo sguardo esterno offre distanza; chi vive la casa porta invece una conoscenza che nessun professionista potrebbe avere. Il progetto nasce dall'incontro delle due cose.

L’esperienza crea un archivio di possibilità

C’è poi un altro aspetto che rende utile lo sguardo professionale.

Nel corso degli anni si incontrano molte case differenti, e con loro stanze troppo lunghe, cucine piccole, ingressi privi di una funzione chiara, corridoi sproporzionati, finestre difficili da valorizzare, nicchie apparentemente inutili e ambienti che sembrano impossibili da arredare.

Ogni situazione conserva le proprie caratteristiche, però alcuni problemi ricordano inevitabilmente altri già affrontati, e con il tempo si costruisce una sorta di archivio mentale di soluzioni, tentativi, errori, proporzioni e possibilità.

Così, dove il proprietario può vedere un ostacolo definitivo, chi progetta può riconoscere qualcosa di familiare.

Una parete che sembra limitare lo spazio può diventare una superficie utile; un corridoio eccessivamente lungo può assumere anche una funzione; una nicchia può suggerire un contenitore, una libreria o un elemento capace di caratterizzare tutta la stanza.
A volte casi basta spostare una funzione, modificare il percorso o ripensare la disposizione degli arredi perché il problema cambi completamente natura.

L’esperienza, in questo senso, offre soprattutto più possibilità da mettere sul tavolo.

Anche ciò che vogliamo conservare può trovare un posto nuovo

Guardare una casa da una posizione più distaccata può aiutare a capire quali elementi abbiano davvero valore per chi la vive e quali siano rimasti semplicemente perché nessuno aveva mai pensato di cambiarli.

Per questo mi interessa sapere che cosa appartiene davvero alla storia delle persone e che cosa invece appartiene soltanto alla consuetudine.

Sono due cose molto diverse, anche se a prima vista possono sembrare identiche.

Le soluzioni viste altrove vengono dopo

Le tendenze del design aggiungono un altro livello alla questione.
Negli ultimi anni, per esempio, l’open space è diventato quasi una risposta automatica a molti problemi distributivi: mentre in alcune case funziona benissimo e in altre sottrae privacy, superfici utili, contenimento e possibilità di usare contemporaneamente gli ambienti per attività diverse.

Lo stesso vale per tante soluzioni che vediamo continuamente sulle riviste, sui social o nelle case appena ristrutturate degli altri.

Sono fonti di idee preziose, purché la casa reale rimanga il punto di partenza: le sue proporzioni, la luce, le persone che la abitano, le loro abitudini, quello a cui tengono e quello che desiderano cambiare.

Cambiare casa può cominciare cambiando sguardo

Prima ancora di intervenire su muri, arredi e materiali, è utile riuscire a guardare lo spazio come se lo vedessimo per la prima volta.

Per chi vi abita da anni è un esercizio molto difficile, perché ogni ambiente porta con sé esperienze, abitudini e ricordi.
Uno sguardo professionale introduce una distanza diversa e, insieme, l’esperienza di molte altre case e di problemi già incontrati in forme simili.

Da questa combinazione nasce una possibilità nuova: chi vive la casa conosce profondamente ciò che quello spazio rappresenta; chi arriva da fuori può aiutarlo a vedere ciò che quello spazio potrebbe diventare.

Per me progettare comprende anche osservare una casa con attenzione sufficiente da riconoscere possibilità che, a forza di averle davanti agli occhi, erano diventate quasi invisibili.